Vajont
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FRANA DEL VAJONT (Ottobre 1963) 


Fu un evento drammatico, che commosse il mondo intero per la sua singolarità e l’ampiezza delle conseguenze.

Avvenne il 9 ottobre 1963: una frana di notevoli proporzioni (circa 260 milioni di mc di materiale), staccatasi dal monte Toc, precipitò nel bacino artificiale del Vajont (un bacino creato dalla più alta diga del mondo (267 m)).

Il materiale caduto (ad una velocità di circa 95 km/ora dal versante meridionale nel lago), riempì l'invaso per una lunghezza di 1,8 km ed un'altezza di 152 m al di sopra del livello idrico. Il violento impatto provocò un'ondata di oltre 200 metri che, dopo avere lambito gli abitati di Erto, Casso e S. Martino, posti a monte, si abbatté sulla diga asportandone la parte superiore; quindi si incanalò nella profonda gola del Vajont, raggiungendo la sottostante Valle del Piave e cancellando in pochi minuti il grosso centro di Longarone ed altri abitati minori.

La catastrofe, che provocò circa 2000 morti ed ebbe una logica conseguenza penale, tendente ad appurare eventuali responsabilità, provocò anche vistose modificazioni nel paesaggio:
-  il lago artificiale, formatosi in seguito alla costruzione della diga a poco più di un chilometro dallo sbocco del torrente Vajont nella valle del Piave, si era trasformato in un lago naturale a causa dello sbarramento procurato dalla frana;
- 
in corrispondenza del monte Toc si creò una estesa nicchia di distacco, mentre il materiale franato aderì prevalentemente alla morfologia precedente, creando però alcune pericolose contro pendenze come nel Rio Massalezza.

I numerosi studi eseguiti successivamente posero in evidenza una serie di cause, alcune delle quali tuttora scarsamente conosciute, che in concomitanza avrebbero condotto alla catastrofe.

Dall’insieme dei predetti studi sembra di potere concludere che le caratteristiche strutturali hanno certamente assunto un ruolo importante in rapporto ad altre circostanze sia naturali che indotte, per cui il fenomeno non poteva essere previsto e valutato precedentemente in sede di studio e progettazione della diga, mentre forse il disastro poteva essere limitato nelle nefaste conseguenze umane, qualora fosse stata valutata l’importanza di certi eventi osservati in precedenza localmente e che, considerati a posteriori appaiono molto indicativi.


Immagini

  • Veduta parziale di Longarone prima della sciagura (Dufoto) (87 Kb)

  • Veduta parziale di longarone dopo la sciagura (Dufoto) (79 kB)

  • Disastro del Vajont: veduta aerea 1 (64 kB)

  • Disastro del Vajont: veduta aerea 2 (68 kB)

  • I vigili del fuoco all'opera per la costruzione di una passerella di fortuna (50kB)

  • Un bulldozer della colonna mobile vigili del fuoco in azione (62 kB)

  • Si scava nel fango (48 kB)

  • Si cerca tra i detriti 1 (108 kB)

  • Si cerca tra i detriti 2 (90 kB)

  • Superstiti (67 kB)

  • La diga dopo la rottura parziale (45 kB)


Alcune testimonianze

DA  IL RACCONTO DEL VAJONT “ Garzanti 1997, pp.7-13
di Marco Paolini e Gabriele Vacis

“Quanto pesa un metro cubo d’acqua? No, no, non preoccuparti di rispondere esattamente. Basta che ci mettiamo d’accordo.

Un metro cubo d’acqua? Mille chili, una tonnellata. Una tonnellata va bene? Le frane le misurano a metri cubi. Il metro cubo è l’unica cosa che resta fissa, perché poi la densità, e il peso, cambiano. Allora bisogna prendere quest’unità di misura, l’unica cosa abbastanza certa, bisogna prendere i numeri, però poi bisogna metterli vicino alle cose, ai nomi, per vedere se scatta qualcosa.

Un nome: Stava.Ti dice niente? Val di Stava, una conca tra Bolzano e Trento. In cima alla Val di Stava, lassù in alto, c’era una diga di terra e dietro c’erano i fanghi, gli scarichi di una miniera Montedison. Dopo che è piovuto un bel po’, il 18 luglio 1985 la diga non ce la fa più: scoppia. Tutto quello che c’è dietro alla diga, 450.000 metri cubi di fango, va giù a spazzare via dalla faccia della terra il paese di Stava e una fetta del paese vicino, Tesero. Duecentosessantotto morti. Quattrocentocinquantamila metri cubi. 

Un altro nome: Valtellina. Stesso mese, luglio. Però del 1987. La frana della Valtellina è più grossa di quella della Val di Stava, è parecchio più grossa, cento volte più grossa: 45 milioni di metri cubi di montagna cascano in fondo alla Valtellina a fare uno schizzo lungo due chilometri che cambia la geografia della valle. Quarantacinque milioni di metri cubi.

E allora un altro nome: Vajont. Ti dice niente Vajont? 9 ottobre 1963. Dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, si staccano tutti insieme 260 milioni di metri cubi di roccia. Duecentosessanta milioni di metri cubi.

Vuol dire quasi sei volte più della Valtellina. Vuol dire seicento volte più grande della frana della Val di Stava. Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. Di questi cinquanta milioni, solo la metà scavalca la diga: solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua... Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè.

Duemila i morti. La storia della diga del Vajont, iniziata sette anni prima, si conclude in quattro minuti di apocalisse con l’olocausto di duemila vittime.

Come si fa a capire un fatto come questo? Capire che peso ha avuto, che peso ha? Dove va a cadere il peso di certi avvenimenti? Che pressione fanno sulla morale delle persone, come incidono sui comportamenti di una comunità, nelle scelte di un popolo? Quale clima raddensano in un paese?…”

………Gli inviati speciali sul luogo della sciagura sono i giornalisti più importanti del paese. Arrivano la notte stessa, quasi mattina, spaventati come formiche sotto la diga, perché non è mica facile anche solo arrivarci, non è facile anche solo capir dove sei... E' solo fango qua... Non sanno neanche più dove mettere i piedi, perché gli tiran sassi, anche, ai giornalisti... "Via de qua! State pestando la mia casa!". "Via coi piedi che gh’è i morti a cavar su... ". E in mezzo a questi signori ce n’è uno di Belluno, e la diga è là, sul confine tra il Veneto e il Friuli, allora per questo signore è diverso... La storia, lui che è di Belluno, la sente più degli altri. E scrive, ispirato, sul suo giornale:

Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. E non è che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito perché il bicchiere era fatto bene, a regola d’arte, testimonianza della tenacia e del coraggio umani. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico.

Dino Buzzati, è lui lo scrittore, sul "Corriere della Sera", venerdì 11 ottobre 1963. La diga del Vajont era ed è un capolavoro.

Era ed è? Come sarebbe "era ed è"? Sì, per forza! Perché la diga del Vajont non era crollata come pareva al primo momento. No, figurati! Era là, ben salda. Come ha detto Buzzati…”.

© Edizioni Garzanti 1997

 

 

VAJONT. NON GH'E PIU' NIENTE” - R. Roversi

Crolla la diga del Vajont

travolgendo interi paesi immersi nel sonno.

Era la più alta d'Europa. 

Si cercano le vittime nel fango

il fango ha sommerso cinque borgate 

fra i superstiti rassegnazione e 

fatalismo: i superstiti non piangono.

Il dolore del paese, messaggio del Papa.

Le prime telefoto dal mare di sangue sopra Belluno.

...

Prime polemiche. Si poteva evitare?

Il presidente della repubblica

ha erogato una cospicua somma 

per i primi soccorsi.

Il testo del telegramma

- la notizia del gravissimo disastro

- le laboriose popolazioni della valle del Piave

- l'unanime sentimento di cordoglio del paese

- animo profondamente commosso

- reverente pensiero agli scomparsi

- le famiglie cosi' tragicamente provate

- più affettuosi sentimenti di solidarietà.

Oggi Leone si recherà nel Cadore

- sentimenti vivo dolore

et profonda solidarietà

Un processo si deve fare

i responsabili si debbono trovare e debbono pagare.

Longarone Pirago Rivalta Villanova Faé 

Codissago San Martino Spessa.

Calcolata perfettamente la diga

si è trascurata la parte geologica;

... approssimative le prove sulla struttura delle rocce.

Non è rimasto nulla.

Non nulla per dire poca roba: proprio nulla.

Quattro chilometri quadrati precipitati nel

fondo delle ere geologiche

in un tempo preumano

"l'Ava la stava qua?

magari la stesse qua. La stava a Rivalta

e a Rivalta non gh'e più niente".

Diga perfetta ma roccia pericolosa.

In tempi atomici si potrebbe affermare

che questa e' una sciagura "pulita"

tutto è stato fatto dalla natura

che non è buona e non è cattiva ma indifferente.

Il consiglio dei ministri ...

ha rinnovato l'assicurazione

- i provvedimenti intesi a dare pronta assistenza

Un giovane piange la sua casa distrutta

Nei magazzini degli aiuti ufficiali

vi sono soltanto quintali

di latte in polvere.

I discorsi de' miei concittadini.

 

PROTAGONISTI (QUADRIMESTRALE DI RICERCA E INFORMAZIONE)
N.60 Anno XVI Luglio-Settembre 1995

TESTIMONIANZA DEL CARABINIERE VINCENZO CAMPISI SUL VAJONT*

“…La sera del 9 ottobre 1963, ricordo che ero andato a vedere un film al Comunale. Sono uscito alle 22,15 e mi sono avviato velocemente verso la caserma dei Carabinieri, che allora si trovava al n¡ 62 di via Mezzaterra.

All'epoca la ritirata era alle ore 22,30. Ritardare voleva dire prendere una punizione. Entrato in caserma, andai direttamente nella mia camera che in quel momento occupavo soltanto io, anche se di solito ci dormivamo in quattro. Pensai di spedire una lettera ai miei genitori; così presi carta e penna ed iniziai a scrivere. Poco (lopo sentii bussare alla porta. Era un mio collega che mi avvertiva che, per ordine del comandante della stazione, il personale libero doveva subito indossare l'uniforme kaki con cinturone e spallaccio, radunandosi poi nel cortile, in quanto era successo qualcosa di grave e si doveva partire. Cambiatomi in fretta, andai nel cortile della caserma, dove trovai altri colleghi. Tutti ci chiedevamo cosa fosse successo, ma nessuno sapeva niente. 

Verso le ore 23,30 salimmo su un pulmino, il piantone ci aprì la porta carraia e ci fece uscire. Durante il tragitto guardavo attorno di tanto in tanto per vedere in quale direzione andassimo, ma non riuscivo ad orientarmi, anche perché ero stato trasferito a Belluno da poco tempo. Dopo circa 15 minuti, il pulmino si fermò sul lato destro della carreggiata e ci fecero scendere. Vidi il brig. Lorenzi, I'app. Iorio, il carabiniere Petrone, ed altri ancora. Sentivo un odore di legno fresco, e così chiesi ad un collega da dove venisse quell'odore. Mi rispose che là vicino c'era la fabbrica della Faesite, e che eravamo sulla statale Alemagna che va verso Longarone, un nome che avevo già sentito, ma che non mi diceva niente perché non c'ero mai stato. Arrivarono altre macchine: polizia, finanza, alpini, vigili del fuoco. Il brig. Lorenzi venne da noi dopo aver parlato col commissario, e ci raccontò che un pezzo di montagna, staccatosi dal monte Toc, era caduto nel bacino della diga di Longarone.

L'acqua era fuoriuscita, distruggendo il paese e causando molte vittime. Dovevamo quindi andare là e cercare di soccorrere chi ne aveva bisogno. Il brigadiere ci disse di seguirlo e ci avviammo a piedi verso Longarone.

Fatte poche centinaia di metri i miei occhi videro cose mai viste prima: macchine capovolte, animali morti gonfi con le zampe all'aria, tronchi d'albero e mobili coperti di fango. Più si andava avanti e più il disastro appariva terrificante. Si vedevano cadaveri dappertutto, e oggetti di ogni tipo sommersi nel fango. Col chiaro di luna e con le torce in dotazione cercavamo di vedere se c'era qualcuno che aveva bisogno d'aiuto. 

Arrivammo in un punto dove c'erano sulla statale le rotaie contorte della ferrovia che passava là vicino. Ci dividemmo in gruppi. Io e il collega Petrone ci avviammo verso una casa che si trovava vicino ad un campanile diroccato, e che era rimasta miracolosamente in piedi. La casa al pianterreno era stata sventrata ed era piena d'acqua e di fango. Salimmo al piano superiore e trovammo in una stanza una signora anziana, una ragazza e un bambino. Piangevano tutti, ed erano terrorizzati e infreddoliti. Non avevano nemmeno la forza di parlare. Quando ci videro si fecero coraggio e ci chiesero se c'era stato il terremoto. Dicevano di aver sentito un forte boato; la luce se n'era andata e poi il silenzio. Raccontammo l'accaduto dicendo loro di tranquillizzarsi e promettendo di tornare il mattino dopo. Li salutammo ed uscimmo, continuando a camminare. 

Si vedevano case rase al suolo. Famiglie intere giacevano nel letto pieno di fango, foglie ed altri materiali. Notammo, guardandoci intorno, che ormai eravamo in tanti impegnati nelle ricerche. Ad un certo punto sentimmo dei lamenti, ma non capivamo da dove venissero. All'improvviso qualcuno gridò: "Qui, qui!". Accorremmo e vedemmo solo una mano che spuntava dal terreno. Incominciammo a scavare con le mani, poi arrivarono alcuni pompieri con delle pale e si cominciò a scavare delicatamente tutt'intorno, per non fare del male a chi giaceva là sotto. Dopo mezz'ora riuscimmo finalmente a portare alla luce una ragazza di circa sedici anni. Era viva, ma tutta gonfia e sfigurata. Un sottotenente medico le fece una puntura, I'avvolse con una coperta e la portò subito via. Per tutti noi fu un momento di commozione e di gioia. Continuammo a cercare, ma inutilmente: sembrava un deserto. Cercammo la caserma dei Carabinieri, ma anch'essa era scomparsa.

L'indomani scoprimmo che erano morti tutti. Solo due carabinieri si erano salvati, perché si trovavano in perlustrazione a Codissago…

 *Intervento scritto nel giugno 1995. 

 

B. VAUDANO, Epoca n. 682, 1963

 “…Poche le catastrofi così assolute. Tutto fu orribilmente assurdo.. Un vento spaventoso precedeva la muraglia d’acqua, che avanzava col rumore di mille treni. Automobili fluttuavano più in alto dei tetti. Le rotaie si torcevano a spirale. Edifici scomparvero lasciando un terreno raso come una pista da ballo. Corpi e oggetti si amalgamavano al terreno. Anche i feriti furono pochissimi: essere catturati dal vortice grigio significava la morte senza scampo…”

 

 

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